Graphic Novel about the life of Marinetti

Vita a colori di Marinetti

Nel centenario del manifesto sul futurismo, Pablo Echaurren pubblica una sofisticata graphic novel sull’artista di SILVANA MAZZOCCHI

Vita a colori di Marinetti "Piaceva anche a Gramsci"

Fu Filippo Tommaso Marinetti, nel 1909, a spargere i semi del Futurismo e a fecondare tutto quel che verrà nella moda, nel cinema, nella pittura , nella poesia e in molto altro. Il creatore di una eccezionale avanguardia, colui che Pablo Echaurren, scrittore, pittore e il più grande collezionista di libri futuristi, definisce “il grande rimosso”, per sottolineare la scarsa attenzione che in nostro paese gli ha da sempre dedicato. Un disinteresse antico, oggi appena riacceso dalle celebrazioni per il centenario del manifesto con cui Marinetti, fin da quei “formidabili anni Dieci”, condizionò ogni genere di arte.

Al turbine Marinetti, Pablo Echaurren aveva dedicato, già un quarto di secolo fa, un graphic novel, genere allora inusuale eppure esemplare per rappresentare quell’insieme di rutilanti esperienze artistiche. E Caffeina d’Europa, vita di Marinetti, in uscita il 20 febbraio per Galucci, sofisticato editore di libri da conservare, è un racconto denso di quelle atmosfere e suggestioni emozionanti, ma soprattutto è perfettamente in sintonia con il “padre” del futurismo.

Un piccolo gioiello di carta, un regalo per gli occhi e per la mente.

Marinetti e la storia della cultura italiana, che posto gli dà Pablo Echaurren?
“Il primissimo posto. E’ lui l’iniziatore di ogni rivolta contro il preconcetto in arte e non solo in arte. A mio avviso Marinetti è il più grande artista del ‘900. A tutto tondo. A Marinetti si deve lo svecchiamento della cultura e l’anticipazione di molte forme espressive. Le sue tavole parolibere sono ancora insuperate in quanto a modernità. I suoi programmi sono una miniera da scavare e in cui trovare gemme da sfruttare, non solo ammirare. Eppure Marinetti è il grande rimosso. Si celebra il centenario del futurismo con manifestazioni tutte incentrate sulla pittura. Manifestazioni che finiscono per mettere in ombra la figura del fondatore, Marinetti appunto”.

“Quando la Francia celebrerà il centenario del surrealismo nessuno dubita che il fulcro sarà André Breton. Non c’è avanguardia che non abbia risentito della sua influenza, salvo fingere di ignorarla. Ma questo è il vizio intrinseco di ogni movimento artistico, uccidere e divorare il proprio padre. Se Marinetti fosse nato negli Stati Uniti oggi sarebbe un gigante da cui non poter prescindere. Da noi non c’è uno straccio di museo che ne conservi le spoglie artistiche. Anzi tutte le sue carte sono da tempo emigrate nelle istituzioni americane che sanno bene come organizzarle e metterle al servizio della comunità degli studiosi. In Italia sarebbero rimaste neglette e accantonate nelle soffitte dei sodali”.

La sua vita raccontata a fumetti. Perché una scelta che, se non sbaglio, è di 25 anni fa?
“Fu una sorta di dichiarazione di poetica. L’intenzione era quella di immettere nel fumetto il gene dell’avanguardia, contaminarlo in modo da sdoganarlo dalla condizione di arte minore, di arte Cenerentola. E poi Marinetti fu colui il quale non faceva differenza tra alto e basso. Gramsci aveva capito la sua funzione di rivoluzionario e diceva ai suoi compagni che Marinetti era avanti a tutti nella rivoluzione artistica. Marinetti non si spaventava se una poesia zoppicava e un quadro assomigliava a un cartellone, sosteneva e scriveva Gramsci nel 1921. Questa sua assoluta visione democratica dell’opera permetteva alle classi subalterne di avvicinarsi all’arte moderna senza timore reverenziale, permetteva di sottrarla all’egemonia di accademie e élite dominanti.

Quindi il fumetto mi parve lo strumento più idoneo per mettere in contatto la sensibilità giovanile (allora potevo considerarmi giovane di diritto) con gli esperimenti cruciali del primo dei movimenti artistici della storia. Raccontare un’avventura intellettuale senza uguale.

Costruii così questo mio pastiche di parole e immagini, come una betoniera che impasta colori e mezzi espressivi.

Lei ha una delle più preziose collezioni di libri futuristi: A cento anni dal manifesto, che cosa resta di quella rivoluzione?
“Resta quel che resta di ogni periodo fecondo, del Rinascimento, del Barocco. Le opere create. L’idea che si possa ridisegnare la percezione del tempo e dello spazio. Che l’uomo non debba restare ingabbiato in una dimensione unica. Che il cervello sia un muscolo da esercitare in tutte le direzioni. Che l’arte non si adagi in un Olimpo compiaciuto di sè e immobile ma affondi in un dinamismo in continua evoluzione.

Ma anche l’incitamento a non farsi schiacciare dai detentori del sapere, a non farsi fagocitare dai preconcetti di chi pretende di stabilire cosa è arte e cosa non lo è. Il futurismo è di per se stesso libertà. E presenta tutte le complessità di un nodo ancora da sciogliere. A me è bastato incontrarlo sul mio cammino per amarlo. E gettare alle ortiche quei paraocchi che ancora fanno sì che ci sia chi lo considera paccottiglia o chi cerca di accamparsene indebitamente l’eredità. Il futurismo sta lì a testimoniare che l’arte è qualcosa di troppo importante per essere lasciata in balia di politici e critici di parte. Il futurismo è l’incitamento a andare controcorrente e a superare le distanze tra l’arte e la vita.

E’ la speranza stessa che l’esistenza quotidiana possa essere trasformata dalla creatività. Che il grigiore possa essere agitato dai colori dell’iride. Che l’acqua sporca della banalità si trasformi in vino per tutti. Nessuno escluso”.

Pablo Echaurren “Caffeina d’Europa. Vita di Marinetti”
Gallucci editore, pag 60, euro 13

Via La Repubblica (19 febbraio 2009)

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